Gennaio 2009
Milano (MI), Italia

Allegri flagship store

Alto

E’ un futuro che guarda al passato. Che François Roche ha definito una “vintage notion”. Un futuro che inevitabilmente rispecchia i nostri dejà vù e dejà vécu. Che riprende, traduce, elabora forme conosciute, memorie personali e collettive.

Un futuro come interazione, stratificazione e reinvenzione di classici, moderni étant donné culturali, che ha informato anche i due progetti che seguono. Due modi possibili di far confluire e convivere nello spazio gli allure e le patine di tempi e luoghi, esterni e interni diversi. E soprattutto, due modi possibili di evocare e interpretare il mondo di Allegri, riconfigurandone, rielaborandone i contesti, i caratteri, i riferimenti d’elezione.

Nel primo progetto, la sintesi dei giardini zen e l’organicità moderna di Sverre Fehn sconfinano nelle contemporanee imitazioni della natura di Yoshioka o di Eliasson, ispirando l’evanescente onnicomprensivo candore dello spazio. Un bianco assoluto interrotto solo dal nero della cabina ascensore. Una cabina ultrariflettente, con riflessi violacei, con pavimento a parquet, caminetto alla Herzog per il Gramercy Hotel di New York e concettuale lampadario-opera tipo “In Girum Imus Nocte et Consumimur Igni”, 2006 di Cerith Wyn Evans (per informazioni vedi sito White Cube Gallery, London)

Tra sovrapposizione e rarefazione, ingresso e ascensore, vengono pertanto evocati vari archetipi di giardino e interno domestico. Le pietre in dosato disordine dei giardini zen, gli interni-giardino del Padiglione Svedese di Alvar Aalto alla Biennale di Venezia, il candore evanescente di camino, lampadario e poltrona in vetro satinato extrachiaro nella stanza d’ingresso, la presenza a contrasto dell’ascensore, che scorre in una torretta rivestita di specchi e strobo azzurra e si trasforma in una macchina scenica, la tinta dei neon a 4000 kelvin, un po’ alla Philippe Rahm, allineati in alto e in basso…

Nel secondo progetto le angolazioni e i rapporti cromatici ridefiniscono l’identità dello spazio. Che diventa un paesagio astratto alla Kandinsky, una sfaccettata proliferazione di volumi e superfici su cui appoggiare, distendere, mostrare i capi d’abbigliamento, un’articolazione di piedistalli-scultura. In questo caso lo spazio vendita sconfina nello spazio vetrina e la struttura nell’elemento d’arredo. In un avvicendarsi e incastrarsi di moduli a paravento, che riecheggiano l’opera di artisti contemporanei come Tobias Rehberger e Tom Burr (per informazioni vedi siti gallerie Gio Marconi, Milano e Franco Noero, Torino).

Progettazione

  • Capogruppo: Pierfrancesco Cravel
In collaborazione con: Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Milano. Powered by Europaconcorsi