Conversazione tra Mme Duplok e Alessandro Castiglioni 31 agosto 2009
KW 24:in onda è un’installazione progettata da Madame Duplok tra le due sedi museali della GAM di Gallarate: quella storica in cui è allestita la mostra e il nuovo edificio, ancora in costruzione. Una serie di microfoni registra il suono di ciò che sta accadendo nella nuova sede, per riprodurlo in tempo reale, nell’altra. Il progetto, dalla natura temporanea ed effimera, è stato appositamente pensato per la mostra The Group Show.
Alessandro Castiglioni: Prima di tutto, cari Madame Duplok, vorrei chiedervi come sia nato il progetto KW 24:in onda e quali siano i suoi elementi costitutivi, sia dal punto di vista tecnico che teorico, poiché una caratteristica fondamentale del vostro lavoro si riscontra appunto nella progettazione di installazioni e interventi, specificatamente legati alle condizioni espositive di ogni singolo evento.
Madame Duplok: KW 24:in onda è un progetto elaborato per la GAM. Quando siamo venuti a sapere che questa sarebbe stata probabilmente l’ultima mostra allestita nella vecchia sede e poi bye-bye, abbiamo subito pensato a qualche cosa che istituisse un collegamento con la nuova sede, qualche cosa che consentisse un collocamento del qui e del là, del già e del non ancora, in un lavoro. E il suono fu. Ma un suono vago, un canto delle balene, l’eco di un accadere che annuncia. Così alcuni microfoni capteranno quel là proteiforme (lavoro, voci, suono) e lo getteranno qui ponendolo sotto la stessa parola genericamente in-significante di rumore.
A.C.:Particolare elemento che caratterizza questo progetto e che è già presente in altri interventi da voi realizzati, è quello della distanza e delle conseguenze che questa condizione comporta. Da Portami con te, dove attraverso un autostop artistico cercavate di far giungere una serie di parti di vostre installazioni sino ad una galleria in Belgio, a E’ sempre una gran Babele, dove registrazioni casuali di lingue a noi lontane rendono l’ascolto incomprensibile, la questione della distanza è spesso al centro delle vostre riflessioni, in una dimensione sia metaforica che fisica. Attraverso i vostri lavori questa dimensione è assunta come spazio critico, sintomatico di una difficoltà di comunicazione (e relazione) e portata a paradigma della contemporaneità. Potete approfondire questa questione?
M.D.:Sulla scorta di quello che abbiamo detto prima, la tua osservazione sul tema della distanza nei nostri lavori è perspicua. Tuttavia preferiamo pensarla, e in questo si dimostra che siamo dei vecchi arnesi, non tanto come metaforica o fisica, ma esistenziale. In questo modo la distanza curva verso l’altro da sé e verso ciò che dall’altro si genera sempre finché è altro, cioè il rumore. Ci sembra che a coglierne l’importanza sia stato per primo Gregory Bateson, nella cui cibernetica il rumore è informazione. L’aspetto critico, delicato, di un lavoro col rumore sta quindi (batesonianamente) nella necessità di determinare un continuo, ossessivo feedback, non però sul sistema, ma sul soggetto, su noi stessi. Riportandoci al cosa e come sentiamo.
A.C.: KW.24:in onda è però anche un dispositivo aperto. Come accade per diversi vostri progetti, (penso per esempio a Capo d’Opera, presentato per la XV Biennale de Paris), l’intervento consiste in un sistema dove non vi è un preciso controllo delle dinamiche. Infatti anche in questa occasione, che qualcosa accada o meno, che i microfoni registrino suoni diversi o sempre lo stesso sottofondo, che questi suoni siano riconoscibili o no, la struttura mette in relazione, apre uno spaccato, comunque ambiguo, dalle molteplici declinazioni possibili. Questo aspetto di “mancato controllo” è importante per la vostra ricerca? Qual è il suo valore? E come viene gestito?
M.D.:Hai perfettamente ragione nel dire che c’è un mancato controllo delle dinamiche nei nostri lavori, e lo troviamo anche al termine della catena distanza/rumore/informazione. Mme Duplok non vuole in alcun modo essere l’emittente di un qualsivoglia segnale! La palla non è più a noi e, come dicevamo all’inizio, gettare lì la cosa (oltre a dire queste frasi) è tutto quello che possiamo fare. Non si può gestire il rischio, invochiamo però le sacre leggi dell’ospitalità.
A.C.:Un altro aspetto che dalle molte discussioni fatte insieme, mi sembra essere presente nel vostro lavoro è l’interesse per la struttura e i materiali del cantiere. Sia sotto l’aspetto concettuale che poi fisico, il cantiere è il luogo della precarietà e dell’attesa, ma anche quello in cui i materiali intermedi vengono riplasmati e “funzionalizzati”, divenendo quasi metafora di uno spostamento semantico. E’ dunque in relazione a questi aspetti che il vostro lavoro si rivolge così spesso verso quella direzione?
M.D.:Anche il tema del cantiere e dei materiali può essere letto alla luce della distanza e di quelli che noi vediamo come tentativi per riconoscerla e oltrepassarla. In questo caso nella dignità, che poi sarebbe il rango, che i materiali stessi hanno. E che noi ricusiamo, anche semanticamente, se ti fa piacere.