L’approccio utilizzato nella rifunzionalizzazione del lotto sito in località Sona (VR) è quello di un integrale riutilizzo delle preesistenze e della predisposizione di un palinsesto organizzativo dell’area che massimizzi gli interscambi tra le nuove attività in un’ottica di totale sinergia. L’opportunità di realizzare interamente la potenziale cubatura a disposizione all’interno dello scheletro industriale esistente è scartata fin da subito perché porterebbe unicamente alla saturazione di uno spazio senza generare come contropartita la qualità architettonica, per non parlare del rischio di un’eccessiva esposizione finanziaria difficilmente ammortizzabile nel breve periodo con attività di profitto comunque modesto. Al contrario si è scelto di lavorare sulla chiara definizione di comparti funzionali circoscritti e intersecanti tra loro, composti da microarchitetture a volte addirittura da zerocubature di semplice realizzazione costruttiva flessibili ed iterabili secondo le necessità di colonizzazione dello spazio stesso, nel progetto con questo approccio si vuol lasciar intendere che la configurazione proposta è solo una delle possibilità e che a seconda di studi più dettagliati la densità dei singoli microelementi potrebbe essere meglio calibrata in funzione di necessità più precise, o addirittura il progetto potrebbe crescere addensandosi nel tempo al crescere dello sviluppo dell’area piuttosto che conseguentemente ad un intensificarsi delle richieste.
Su un piano quasi insiemistico si sceglie di ragionare su due principali temi o appunto aree, quella produttivo-commerciale e quella legata allo svago e all’apprendimento meglio noto come educatement, il progetto quindi va a collocare le nuove funzioni all’interno di queste due grandi aree tematiche. Si ragiona quindi su attività florovivaistiche, artigianali, commerciali, energetiche da un lato e ippiche, museali e legate allo spettacolo dall’altro, fin da subito tuttavia si comprende che la gran parte di queste attività possono avere dei punti di contatto e così la floricultura può divenire ad esempio strumento sia di educazione per i più piccoli che attività commerciale così come l’allevamento di cavalli può allo stesso tempo essere stimolo per generare attività artigianali legate alla lavorazione del cuoio da un lato ma simultaneamente essere d’ausilio per pratiche di ippoterapia e innescare attività espositive o seminariali legate al mondo equestre. Tale approccio di costante cucitura tra attività eterogenee è il filo rosso che appunto tiene insieme l’intero progetto che fa della vicinanza, della prossimità, dell’interscambio, della frizione il suo punto di forza cercando appunto di espanderne le possibilità.
Il lotto viene quindi suddiviso in cinque macro regioni funzionali: accesso e sosta, produzione e commercio, florovivaistica, ippica, energetica. La divisione tra questi spazi viene realizzata principalmente attraverso il suolo quale medium unificatore che agisce come una texture che attraverso il continuo passaggio dall’artificiale al naturale delimita gli ambiti funzionali, i movimenti altimetrici del suolo che crea veri e propri coni visuali e recinti naturali specializzati, le masse vegetali interpretate come un vero e proprio volume architettonico che permette di schermare e generare differenti stati di percezione visiva.
Un ampio parcheggio accoglie le auto che accedono al lotto dall’antistante statale. Questo funge da “struttura cuscinetto” tra l’intera area di progetto e la viabilità pubblica questa strategia è amplificata attraverso l’uso di terrapieni artificiali che, oltre a richiamare l’orografia del luogo, hanno funzione di filtro visivo e acustico.
Lo spazio centrale dell’intero progetto, il primo che s’incontra dopo aver lasciato il parcheggio, è destinato a luogo di scambio e di relazione tra le attività svolte nell’area e il mondo esterno. In quest’area infatti s’affacciano tutte le principali funzioni come gli spazi commerciali legati alla produzione di frutta e verdura, i negozi dei laboratori artigianali e la scuderia. Si pensa quindi che il cuore del progetto divenga in questo modo una vera e propria piazza coperta nella quale avvengano scambi commerciali e socio-relazionali. L’idea in aggiunta è quella di non limitarne l’uso solo alla produzione interna ma di aprirlo anche a produttori esterni, che sicuramente ne usufruirebbero quale vetrina collettiva, realizzando ad esempio un periodico “Farmer’s Market” piuttosto che mercatini dell’artigianato. Tutto questo allo scopo di innescare dei circoli virtuosi che permettano all’area di essere baricentrica rispetto ad un mercato più allargato e di divenire attrattore territoriale.
L’impalcato in carpenteria metallica del capannone esistente viene mantenuto completamente integro nel rispetto di quello che rappresenta un interessantissimo esempio di archeologia industriale, l’unico intervento strutturale è la ricostituzione di parti del manto di copertura attraverso l’impiego di pannelli in lamiera grecata posizionati tuttavia in modo disomogeneo, più denso nella parte centrale e più rarefatto in prossimità dei limiti della copertura in modo da generare un interessante gioco di luci ed ombre al suolo. Tale struttura funge da nucleo centrale di tutto il progetto accogliendo gli spazi che ospiteranno le varie attività che si andranno a svolgere: florovivaistica, artigianato e allevamento cavalli. Queste attività si collocano all’interno di semplici moduli realizzati con una struttura in pannelli di legno lamellare strutturale nelle quali si intersecano altre costruzioni cristalline realizzate in telaio portante metallico e tamponamenti in vetro, vere e proprie serre che non costituiscono cubatura e possono essere posizionate anche all’esterno del capannone creando dei filamenti che fuoriescono dal centro del capannone sfilandosi negli spazi adiacenti destinati ad attività florovivaistiche. Le teste di tali filamenti si affacciano sulla piazza e sono costituite da un nucleo più solido adibito allo svolgimento delle attività commerciali e di uno spazio sul retro per la produzione. Marginali, per quanto riguarda la posizione rispetto a questo nucleo centrale, sono posizionati parcheggi di servizio per il carico-scarico delle merci.
Movimenti del suolo suddividono la restante parte del lotto a costituire dei recinti naturali dove custodire i cavalli o dove effettuare le attività di coltivazione delle piante.
Costruttivamente analoghi ma posti sul lato diametralmente opposto rispetto alle strutture a filamento sono i laboratori artigianali e il punto ristoro, questi spazi altrettanto flessibili sono costituiti da una parte dedicata alla vera e propria attività artigianale, che sia la lavorazione del cuoio piuttosto che la produzione di saponi naturali e da uno spazio più propriamente commerciale, una vera e propria vetrina espositiva nella quale esporre al pubblico i prodotti realizzati. Sempre presente un nucleo fisso che contiene i servizi igienici e i depositi. Tra questi elementi si suggerisce di posizionare un bar/ristorante elemento indispensabile per l’accoglienza del pubblico e per il quotidiano ristoro di tutti coloro che lavorano all’interno dell’area stessa. I moduli che ospitano le attività di artigianato e quelli legati alla floricoltura sono spazi flessibili realizzati con analoghi schemi costruttivi: il risultato è una compenetrazione tra volumi pieni (quelli realizzati in pannelli di legno laminato) e volumi più leggeri realizzati in strutture vitree a telaio (strutture per altro prese a piene mani dal mondo agricolo).
A chiudere volumetricamente il complesso, nella parte rivolta a nord, è posizionato l’edificio adibito a scuderia. Il piano terra è diviso in due fasce funzionali la prima contiene gli spazi di supporto come magazzini, depositi, servizi igienici e spogliatoi per il personale e soprattutto la clinica veterinaria a sua volta suddivisa in uffici, magazzino-laboratorio, sala visite, sala monta. Questa struttura sanitaria è studiata in modo da poter contemporaneamente fornire un supporto quotidiano ai cavalli dell’allevamento ma essere anche aperta ad un pubblico esterno con funzione ambulatoriale per animali di qualsivoglia genere. Al piano superiore, al quale si accede per mezzo della grande rampa scultorea che si trova nel centro della piazza coperta, trovano spazio gli uffici gestionali dell’intero complesso e una grande sala polifunzionale e flessibile nella quale sia possibile organizzare conferenze, mostre temporanee ma anche feste e ritrovi sociali per giovani e anziani. La scuderia oltre ad affacciarsi sulla “piazza coperta” dispone anche di un affaccio a nord, sulla restante porzione di lotto. È qui che si aprono ampi spazi verdi per il ricovero dei cavalli. Alle spalle della scuderia si trova l’arena verde, elemento di chiusura dell’impianto paesistico-edilizio. Questa è realizzata attraverso la movimentazione del suolo a formare un recinto naturale che allo stesso tempo diviene un anfiteatro utile per assistere ad eventuali piccole esibizioni equestri o in un’ottica più contenuta per lo sviluppo relazionale uomo-cavallo necessario nelle pratiche di ippoterapia. Funge inoltre da limite fisico per gli animali, questi possono muoversi liberamente all’interno di un grande recinto naturale, generato attraverso movimentazioni del suolo, che diviene una sorta di paddock verde nel quale i cavalli possono circolare liberamente e i visitatori li possono osservare in tutta tranquillità. Da questo grande recinto si ha l’accesso diretto all’arena verde dove fare gli esercizi di equitazione e alle scuderie. Le dimensioni ragguardevoli di quest’area permettono anche l’allestimento di gare equestri come il salto degli ostacoli e di manifestazioni e mostre equine.
Nascosta dietro i terrapieni di questo grande “cortile morbido” si trova “un’isola” adibita al compostaggio dei rifiuti solidi dei cavalli: visto il loro difficoltoso smaltimento si è deciso il reimpiego nelle attività florovivaistiche dopo un opportuno ciclo di lavorazione eseguito con appositi macchinari. Quest’area è inoltre facilmente raggiungibile da mezzi meccanici attraverso il percorso carrabile che si è mantenuto lungo il perimetro del lotto. Anche questo sottovalutato problema diviene cerniera compositivo progettuale e strumento funzionale tra la zona ad ambito d’allevamento equino e quella florovivaistica poiché collocata in posizione marginale rispetto alle zone di sosta delle persone ma allo stesso tempo baricentrica tra spazi agricoli (frutteto, serre, orti) e cavalli.
Proprio racchiusa tra la zona adibita all’allevamento dei cavalli e quella dei parcheggi trova spazio l’area dedicata alla floricoltura e alla cultura in vivaio. Questa è suddivisa a sua volta in due micro fasce da una spina centrale costituita da serre, moduli che non costituiscono cubatura ma che allo stesso tempo rappresentano una fondamentale possibilità per aumentare la varietà delle colture. Alcuni di questi moduli possono essere inoltre dati in affitto a laboratori di ricerca universitaria. Ad affiancare le serre a nord sono le attività viavaistiche per la coltivazione delle piante a fusto (frutteto ad esempio), mentre a sud sono realizzati degli “orti” che oltre ad essere elemento primario per l’innescarsi di quel farmer’s market che rappresenta una delle attività centrali dell’intera struttura sono anche un fondamentale strumento di azione sociale. Infatti è possibile affittare o dare in comodato porzioni di terreno ad associazioni che hanno come compito fornire assistenza ad anziani, persone sole o con disabilità, tutte persone che in questo modo possono trovare giovamento e stimolo nel prendersi quotidianamente cura del proprio piccolo spazio.
L’iter progettuale ha fatto sì che si scegliesse di dare notevole importanza all’aspetto ambientale dell’intervento. Per questo motivo due grandi isole destinate a sopperire alle necessità energetiche del complesso sono state previste nella restante porzione a ovest dei parcheggi. La prima è un campo fotovoltaico che sfruttato al suo massimo potenziale potrebbe arrivare a 60 Kw di potenziale suddiviso in tre differenti impianti da 20 Kw. Una tale potenza sicuramente assolve alle necessità energetiche dell’intero complesso e permette anche di poter cedere il surplus di energia prodotta ad un gestore esterno. La seconda isola è un vero e proprio bacino di raccolta delle acque meteoriche che vengono successivamente ricanalizzate e utilizzate per l’irrigazione. In questo modo la struttura punta ad un’autosufficienza energetica.