Ottobre 2008
Editoriale sul Corriere della sera/Mezzogiorno
Il Meridionalismo Critico – di cui si è parlato su questo giornale domenica – dovrebbe essere assunto come principio di analisi per molti processi in corso di sviluppo nel sud, anche per l’architettura o l’urbanistica. La paralisi del pensiero meridionale, soprattutto campano, è determinata dal corto circuito tra due posizioni che si auto-sorreggono. Da un lato la visione apocalittica (del “non c’è niente da fare”): i problemi della regione derivano da un popolo portatore di un male congenito, un male presente nella storia, nella cultura e nel sangue; ogni sforzo per combattere il Male fallirà. Dall’altro lato la visione consolatoria (del “chi ce lo fa fare”): i problemi della Campania sono infondo nascosti dalla bellezza, dalla fortuna di un territorio ricco, da una cultura forte, da una fantasia, una dolcezza, una generale amabilità che bilancia il Male senza mai combatterlo. Queste due forme di pensiero – alternate, sommate, mescolate assieme e confuse – congelano qualsiasi movimento sano di rinascita (perfino il concetto di rinascita è figlio di questa dicotomia alludendo esso stesso alla possibilità di cambiar corpo, cambiar sangue).
Anche in urbanistica la città resta immobile tra due pensieri che fusi diventano dannosissimi. Da un lato la visione catastrofica: i napoletani non hanno alcuna cura della propria città per questo bisogna porre vincoli, protezioni, regole, controlli affinché l’inciviltà che essi si portano dentro sia arginato d’autorità. Niente più cemento, niente più architettura, niente modernità. Dall’altro lato la visione tranquillizzante: in fondo tutti questi vincoli, protezioni, regole, controlli sono facilmente arginabili visto che la macchina amministrativa e giudiziaria non è in grado di contrastare la spinta illegale di un’intera città. L’istanza apocalittica fa si che si facciano leggi, piani, regole dure. La tendenza consolatoria fa si che tali regole vengano accettate senza fiatare e amministrate senza fiducia, consapevoli della loro inutilità.
Tutte le iniziative urbanistiche/architettoniche degli ultimi anni contengono questo doppio germe nel proprio interno: la trentennale costruzione del parco di Bagnoli, il fallimentare del piano per l’esodo dal Vesuvio, il Piano Strategico (del cui fallimento si discute in questi giorni), i pochissimi concorsi fatti, anch’essi falliti. Perfino gli importanti piani comunali, provinciali o regionali, approvati o in via di approvazione (così come il piano per utilizzare i fondi dell’Unesco nel centro storico), sono tutti frenati da una sorta di “realismo” pessimista che li trasforma inevitabilmente in processi pochi efficaci, se non inutili. E più essi diventano inutili più s’insinua il principio, la certezza, che l’impossibilità di governare il territorio sia colpa del territorio stesso (e non dei governanti).
Bisognerebbe liberarsi di questo fardello e ragionare, pianificare, amministrare il meridione, Napoli, la Campania, con uno spirito nuovo, un Meridionalismo Critico, un meridionalismo innovativo, moderno, che guarda al futuro del sud come qualcosa che può – che deve – essere governato e che non può più essere giustificato.